Molti pensano che destinare parte della retribuzione al welfare aziendale significhi rinunciare ai contributi previdenziali, inficiando la futura pensione. Una premura comprensibile, ma priva di fondamento.
La verità, infatti, è che il welfare aziendale può, invece, dimostrarsi il miglior alleato per costruire una solida previdenza complementare, con vantaggi fiscali che nessun’altra forma di risparmio può offrire. Il segreto sta tutto nel capire come utilizzare strategicamente il budget welfare senza sacrificare né la rendita pensionistica né il potere d’acquisto.
In questo articolo vediamo, quindi, perché il timore di perdere i contributi pensionistici sia totalmente infondato, come destinare il budget welfare alla previdenza complementare e, infine, quali benefici fiscali ed economici si ottengono rispetto al classico accantonamento diretto.
Sommario
- Scegliere il welfare significa rinunciare ai contributi previdenziali?
- Perché destinare il welfare alla previdenza complementare conviene
- Previdenza complementare col welfare vs. contributi INPS: il confronto
- Welfare e benessere aziendale: scegli NOI!
welfare
Scegliere il welfare significa rinunciare ai contributi previdenziali?
Tra coloro che svolgono un lavoro dipendente, l’idea che ottenere un budget welfare in sostituzione della retribuzione provochi la perdita dei contributi INPS è, spesso e volentieri, fonte di grande preoccupazione.
In realtà, i benefit di welfare aziendale non sostituiscono la retribuzione imponibile, ma rappresentano elementi aggiuntivi concessi dall’azienda al lavoratore affinché entrambe le parti possano godere di importanti vantaggi fiscali ed economici. Ciò significa che, nel caso dell’erogazione di flexible benefit o della conversione di premi di risultato in welfare, i contributi INPS maturati sulla RAL non vengono in alcun modo intaccati.
L’errore sta dal fatto che molti considerano il welfare come una riduzione di stipendio, quando invece è un’integrazione che permette di ottenere più valore netto, senza compromettere la previdenza obbligatoria.
Il timore, quindi, nasce dalla disinformazione, non da un problema reale.
welfare
Perché destinare il welfare alla previdenza complementare conviene
Per un lavoratore che ha a cuore la propria pensione, la vera occasione è rappresentata dalla possibilità di destinare parte del budget welfare alla previdenza complementare, con risvolti estremamente vantaggiosi.
L’attuale normativa prevede, infatti, che i versamenti sui fondi pensione effettuati attraverso il welfare siano completamente detassati entro i limiti previsti. Una condizione, questa, che permette di costruirsi una pensione integrativa senza dover pagare né imposte né contributi.
Inoltre, gli importi versati sul fondo pensione tramite welfare non concorrono a formare reddito imponibile, permettendo di accumulare capitale previdenziale in modo estremamente proficuo ed efficiente.
Destinare parte del budget welfare alla previdenza complementare garantisce, infine, una serie di benefici fiscali ed economici concreti:
- al momento della conversione in rendita pensionistica si gode di un’aliquota fiscale del 9%, col risultato di ottenere un maggior netto rispetto alla tassazione ordinaria
- al momento della maturazione dei requisiti pensionistici è possibile optare per una parte liquidata e una parte a rendita, con entrambi i valori deputati a godere di una tassazione agevolata
- in caso di investimento in mercati azionari, l’accantonamento gode di una rivalutazione delle somme in base alla propensione al rischio scelta, arrivando a tassi di rivalutazione molto alti
welfare
Previdenza complementare col welfare vs. contributi INPS: il confronto
Per comprendere appieno la differenza tra il tradizionale accantonamento in contributi INPS e quello tramite budget welfare destinato alla previdenza complementare, poniamo il caso di un lavoratore che desidera accantonare 1.200 € all’anno per 20 anni.
Nella prima modalità, trascorsi i 20 anni, il lavoratore otterrà:
- un rendita INPS di 1.430 € tassata al 23%, per un netto di circa 1.100 €
- un TFR spettante (non dovuto, in alcuni casi) di 6.800 € tassato 23%, per un netto di circa 5.200 €
Nella seconda, invece, ponendo che l’accantonamento sia avvenuto su un fondo di previdenza Allianz e che il lavoratore abbia deciso di convertire in rendita solo il 50% di quanto accumulato, trascorsi 20 anni avremo:
- una rendita di previdenza complementare di 1.138 € tassata al 9%, per un netto di circa 1.035 €
- una liquidazione di circa 24.700 € tassata al 9%, per un netto di circa 22.478 €
In merito a questa seconda modalità, è importante sapere che le somme percepite al momento del pensionamento, sia come riscatto di capitale che come rendita, sono tassate con un’aliquota agevolata che va dal 9% al 15%, sulla base del numero di anni di partecipazione alla previdenza complementare. Una tassazione, quindi, molto inferiore rispetto alle aliquote IRPEF su Trattamento di Fine Rapporto e pensione INPS.
È questo, in estrema sintesi, il potere del welfare aziendale applicato alla previdenza complementare.
welfare
Welfare e benessere aziendale: scegli NOI!
Come abbiamo visto, destinare budget al welfare aziendale non porta alla perdita di contributi previdenziali, ma alla costruzione di una previdenza complementare solida, efficiente e fiscalmente vantaggiosa.
In NOI, accompagniamo le aziende e i lavoratori nella progettazione di piani di welfare che integrino benefit strategici e ottimizzazione fiscale.
Se desideri scoprire come costruire una pensione integrativa ottenendo il massimo vantaggio fiscale, prenota una consulenza personalizzata: ti mostreremo quanto puoi accumulare e quale rendita mensile puoi aspettarti dalla tua previdenza complementare.

CEO di NOI Srl e consulente del lavoro. Porto il welfare nelle aziende e creo contenuti digitali per chi desidera ottenere risultati attraverso il benessere lavorativo.



























