Prima concedi o prima pretendi?

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📍 Tappa 1 di 12 – Prima concedi o prima pretendi?

Questo sarà un percorso in dodici numeri sul benessere lavorativo e su come costruire un ambiente di lavoro che funzioni davvero – per te e per chi lavora con te.

La prossima settimana parleremo di: Quanto ti costa un dipendente scontento?

 


 

Ciao,

oggi parto con una domanda: sul lavoro, prima concedi o prima pretendi?

Da datore di lavoro, sei sicuro di concedere il giusto – oppure pretendi in attesa di qualcosa che non arriverà mai?

C’è una domanda che faccio spesso agli imprenditori che incontro, e che quasi nessuno si aspetta: tu cosa hai dato, prima di pretendere?

La reazione è sempre la stessa – una pausa, un leggero disagio, poi la risposta difensiva. “Ho dato lavoro.” “Ho pagato gli stipendi.” “Ho investito nell’azienda.” Tutto vero. E tutto insufficiente.

Perché dare lavoro non è gestire le persone. È il prerequisito. Il punto di partenza. Non il traguardo.

Quello che voglio condividere oggi non è una critica. È un invito all’autocritica – che è cosa diversa, e molto più utile. Vale per tutti, datori di lavoro e lavoratori. Ma in questa sede mi rivolgo a chi dirige, perché è lì che nascono i problemi e lì che si trovano le soluzioni.

Il lavoro più difficile del mondo non è quello che pensi

Gestire le persone è, senza alcun dubbio, il compito più complesso che esiste in un’organizzazione. Più difficile di qualsiasi competenza tecnica: più di fare l’idraulico, il commercialista, l’ingegnere. Perché quelle competenze si studiano, si aggiornano, si certificano. La gestione delle persone, invece, nella maggior parte dei casi non la insegna nessuno.

L’imprenditore si ritrova a farlo da solo, spesso dall’oggi al domani, quando assume il primo collaboratore e scopre che il problema non era trovare i clienti – era trovare il modo giusto di lavorare insieme a qualcuno.

Lo capisco, e non lo dico per compiacenza. Lo dico perché lo vedo ogni settimana. Persone che hanno costruito qualcosa di concreto con le loro mani, che sanno fare benissimo il loro mestiere, e che si trovano impreparate davanti alla dimensione relazionale dell’impresa. Non è una colpa. È una lacuna di sistema.

Ma riconoscerla – questa sì – è una responsabilità personale. E da questa consapevolezza si parte: non dall’autoassoluzione, ma dall’autocritica onesta.

Solo chi si mette in discussione riesce a costruire un confronto leale con le persone che ha accanto.

Il problema non è che non concedi. È che non lo pianifichi e non lo comunichi

Nella maggior parte delle aziende che conosco, i riconoscimenti ai collaboratori arrivano quando arrivano.

Premi una tantum, scatti di carriera, erogazioni liberali: tutto deciso in modo improvvisato, senza programmazione, senza comunicazione preventiva.

L’imprenditore li vive come gesti di generosità spontanea. Il dipendente, spesso, li vive come qualcosa di arbitrario – e quindi come qualcosa su cui non può contare, verso cui non può orientarsi, per cui non ha senso impegnarsi in modo strutturato.

Questo genera incertezza. E l’incertezza, nel tempo, genera distanza.

Le persone non sanno dove si trovano, non sanno cosa possono aspettarsi, non hanno una visione del proprio percorso all’interno dell’azienda. Eppure noi pretendiamo che lavorino come se l’azienda fosse loro, che si identifichino con i valori aziendali, che vadano oltre il compito assegnato.

Chiediamo il 200% in assenza di una cornice chiara entro cui quel 200% abbia senso. È un paradosso che stanca chi lavora e frustra chi dirige e che si risolve solo con un cambio di approccio: pianificare prima, comunicare sempre, e impegnarsi in modo trasparente su ciò che si è disposti a riconoscere a fronte di risultati concreti.

Chi concede prima, raccoglie dopo. E questo è il vero welfare

C’è un errore di prospettiva molto comune tra i piccoli imprenditori: meravigliarsi del fatto che un dipendente “non senta propria l’azienda”.

Quando sento questa lamentela, non mi sorprendo mai. Perché quasi sempre il problema non è nel dipendente – è a monte, nella capacità di chi dirige di coinvolgere davvero le persone. Non nel 100% dei casi. Ma in una buona parte.

Chi lavorerebbe con slancio per qualcuno che pretende prima di concedere, che dice di essere disposto a riconoscere i risultati ma solo dopo averli visti e intanto non si impegna per iscritto su nulla? Le aziende che funzionano, quelle che costruiscono team coesi e produttivi, non sono quelle che aspettano di vedere per credere.

Sono quelle che credono prima, investono prima, pianificano prima.

E raccolgono. Non è fortuna. È conseguenza diretta di un modello relazionale consapevole.

Il welfare autentico nasce da qui – non da un catalogo di benefit, non da buoni spesa o abbonamenti in palestra. Nasce dall’ascolto. Dalla predisposizione a mettersi in relazione con le persone in modo strutturato, non episodico.

Il resto – gli strumenti, le agevolazioni fiscali, i piani di welfare contrattuale – viene dopo, e funziona solo quando c’è una cultura aziendale che lo sostiene. Costruire quella cultura è il lavoro più importante che un imprenditore possa fare.

Non l’unico, ma il primo.

Se mentre leggevi hai pensato “questo mi riguarda”, probabilmente hai già la risposta che ti serve. Il passo successivo non è cambiare tutto dall’oggi al domani – è sedersi, fare un’analisi onesta di come vengono gestite oggi le aspettative delle persone in azienda, e iniziare a costruire una pianificazione concreta.

Anche piccola, anche parziale. L’importante è che sia dichiarata, condivisa, e rispettata.

Se vuoi un confronto su come farlo in modo pratico e sostenibile, sono a disposizione.

A presto,

Massimiliano


NOI STP | Consulenti del Lavoro

Affianchiamo imprenditori e datori di lavoro nella gestione del personale e nella costruzione di ambienti di lavoro che funzionano – per chi dirige e per chi ci lavora dentro.

Se quello che hai letto ti ha fatto venire qualche domanda, scrivimi. Rispondo a tutti, sempre.

Oppure, se preferisci, prenota direttamente una call con me – senza impegno, senza moduli da compilare.

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